Marco Aurelio do Santos
Intervista realizzata da Susanna Giovannini
Susanna: Vuoi presentarti ai nostri amici lettori?
M: Mi chiamo Marco Aurelio Cuña do Santos, anche se sono noto soprattutto come Marco Aurelio soltanto. Sono nato a Rio de Janeiro (Brasile) il 18 febbraio del 1967 e sono in Italia dal gennaio del 1999: sono stato a Vicenza per due anni e mezzo, a Palermo per un anno e da poco ho iniziato la mia avventura a Cosenza, giocando a pallone, che è la mia passione – come quella di molti italiani. Ho iniziato a giocare in Brasile a 15 anni. Era un po’ tardi come età, ma – sebbene allora non lo sapessi – la mano di Dio era sulla mia vita, cosicché nel giro di due anni diventai già professionista. La grazia di Dio mi ha sostenuto e mi ha portato avanti anche nella carriera calcistica; ho giocato in Sud America col Rio de Janeiro e poi col Vasco de Gama, una squadra conosciuta internazionalmente con la quale ho vinto anche il campionato brasiliano. In seguito sono andato in Portogallo, prima nell’isola di Madera dove sono rimasto quattro anni, e poi nello Sporting Lisbona per cinque anni.
S: Come hai conosciuto Gesù?
M: Ho conosciuto Gesù quando giocavo nel “Vasco de Gama”, una squadra in cui 11 calciatori su 23 erano credenti. Nato e cresciuto in un ambiente cattolico, a dir la verità ero rimasto un po’ perplesso e spaventato dal comportamento dei miei compagni credenti. Una parte della squadra faceva le cose che facevo anche io; gli altri, invece, si riunivano per leggere la Parola di Dio, stavano sempre insieme alle loro famiglie, frequentavano le riunioni degli “Atleti per Cristo” di lunedì, quando per loro la domenica non era possibile andare al culto.
Giunse poi un’occasione particolare: la mia squadra si recò in Spagna per giocare due partite, una delle quali infrasettimanali. In albergo, mi capitò di passare davanti alla stanza di un compagno; la porta era aperta, e dentro vi erano alcuni dei miei colleghi che stavano parlando di Gesù. Mi fermai sulla porta ed uno di loro m’invitò ad entrare; io lo feci, ma tanto per sentire cos’avevano da dire. Li ascoltai parlare di Gesù, ma mi sembrò così strano che pensai stessero raccontando delle bugie, perché per me non era possibile vivere nel mondo del calcio, estraniandosi dalla “vita” come la intendevo io, con tutto quello che ci offriva. Alla fine uno di loro mi regalò una Bibbia, ed andammo a giocare la partita. Io non lo sapevo, ma due dei calciatori della squadra avversaria erano credenti. Uno si chiamava Donato, che adesso gioca nel “Deportivo La Coruña”, e l’altro era Baltazar. Giocando, feci un fallo su uno di loro e l’arbitro mi diede il cartellino giallo; poi ne feci un altro, e l’arbitro mi venne incontro per espellermi col cartellino rosso. Ma come si avvicinò, Baltazar gli assicurò che non era niente e si alzò rapidamente. Quel giorno vincemmo la partita e pure il torneo “Carrança”, molto importante in Spagna. Però io rimasi perplesso per quel comportamento: non era per niente abituale per un giocatore! In seguito venni a scoprire che Baltazar mi aveva visto con la Bibbia in mano negli spogliatoi, ed aveva voluto darmi una buona testimonianza. Alla fine della partita, mi si avvicinò e mi disse: “Ciao, fratello”. Io caddi dalle nuvole; chiamava fratello me, che ero nero e totalmente diverso da lui?
Tornati in Brasile, Baltazar continuò a invitarmi alle riunioni di “Atleti per Cristo”. Dietro le sue insistenze, alla fine cedetti per andare a scoprire di cosa si trattava, cos’è che aveva trasformato quell’uomo al punto di fargli mettere da parte la sua squadra, il campionato e tutto il resto, soltanto per pensare ad un’altra persona! Così andai, ed alla fine incontrai COLUI che aveva trasformato Baltazar e che poteva cambiare chiunque altro: Gesù Cristo! Mi resi conto allora che tutti i nostri sforzi per essere migliori sono destinati al fallimento senza Cristo, l’Unico che può trasformarci veramente. Ho visto che per noi è impossibile cambiare; essere bravi uomini, bravi papà, bravi compagni di lavoro non ci fa cambiare, ma Gesù Cristo sì. Ed è stato Lui a cambiare me e tante altre persone, perché dopo questo ho iniziato a testimoniare di Cristo ad altri.
S: È bello sentirti dire che si può giocare una partita pensando non tanto all’obiettivo della vittoria, ma soprattutto alle persone, cercando di dare una buona testimonianza con il proprio comportamento.
M: Io credo che questa sia la vera testimonianza, perché se si è credenti solo in chiesa, quando si frequentano le riunioni, il mondo di fuori se ne accorge. Tu puoi anche ritenerti una brava persona, un bravo credente, perché leggi la Bibbia, preghi ed hai conosciuto il Signore; ma se non vivi nel mondo come se ne fossi fuori, la tua testimonianza non vale niente.
S: Ti sei mai trovato in una situazione in cui hai fatto difficoltà a mantenere la tua posizione di cristiano, ti sei mai trovato di fronte ad un compromesso in cui hai dovuto prendere una decisione radicale?
M: Sì, mi è capitata un’occasione molto particolare. Mi chiamarono per andare a giocare una “partita del Giubileo” a Roma, di fronte al Papa. All’inizio ero titubante, e non volevo accettare di partecipare. Poi pregai e mi resi conto che non dovevo “scappare” da un confronto così pesante. Alla fine, andai a giocare la partita; era la Nazionale Italiana contro la Nazionale Stranieri. I nostri allenatori erano Fabio Capello ed Ericsson, mentre Trapattoni allenava la Nazionale Italiana. Ericsson già mi conosceva perché aveva allenato il Benfica a Lisbona e ci eravamo incontrati in tante occasioni, quando giocavo in Portogallo. Negli spogliatoi, Ericsson mi scelse come capitano della squadra, perché ero il più anziano. In campo, pensando a quello che sarebbe accaduto alla fine della partita, pregavo: “Signore, ho fede in te; sei stato Tu che mi hai portato qui, e so che tu mi aiuterai fino alla fine. Io confido in Te” e così mi sentii pronto al confronto. Alla fine della partita, alla quale avevano assistito 70.000 persone e che era stata trasmessa in diretta mondiale, dovevamo salire a salutare il Papa e a ricevere la sua benedizione. Vidi giocatori che conoscevo, di altre confessioni non cattoliche, inginocchiarsi davanti a lui per ricevere la sua benedizione. Io ero un credente: credo in Gesù Cristo e non posso inginocchiarmi davanti a nessuno; per tutto il rispetto che posso avere per un leader di una chiesa importante come la Chiesa Cattolica, e per quanto possa riconoscerlo come leader, la signoria su di me ce l’ha solo Gesù Cristo. Quindi io sono andato lì, sono stato l’unico a non inginocchiarmi davanti a lui, ma gli ho semplicemente stretto la mano e me ne sono andato. Ma il giorno dopo mi hanno “massacrato” di critiche; dal Brasile mi hanno chiamato mio padre, la mia famiglia ed i miei amici e la televisione brasiliana ha definito il mio gesto un affronto all’autorità cattolica. Io ho risposto che mi inginocchio tutti i giorni, ma di fronte a Gesù. Questo lo dico non per vantare me stesso, perché non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me. Se non fosse stato per la Sua forza e la Sua guida, sicuramente non avrei agito così.
S: Ti è rimasto qualche “sogno nel cassetto”, visto che nel mondo hai ottenuto tanti riconoscimenti (campionati, tornei…)?
M: Io sono di origine africana, anche se non so esattamente di quale zona. Dopo che ho conosciuto il Signore, non mi importa neanche sapere da dove proviene la mia carne, perché sono un cittadino del cielo e so dove vado. Ma il mio sogno, dopo aver terminato la carriera calcistica, è quello di fare un giro nell’Africa portoghese per portare la mia testimonianza fra quelli che mi conoscono e che per anni hanno seguito la carriera calcistica. Vorrei poter annunciare che Gesù Cristo esiste, ed è l’Unico che può sconfiggere la malattia, la miseria e la povertà spirituale.
S: Hai parlato prima di “Atleti per Cristo”; cos’è esattamente?
M: È un gruppo di atleti che lavorano insieme alla Chiesa per testimoniare fra i loro compagni di squadra. Di solito gli atleti lavorano di domenica, e non hanno l’opportunità di frequentare le riunioni di culto. Per dar loro appoggio, noi calciatori più anziani – insieme ad un Pastore della regione – il lunedì sera facciamo a casa nostra un incontro aperto soltanto agli sportivi, che siano calciatori, ma anche giocatori di basket o pallavolo, ecc. Siamo più di 10.000 in tutto il mondo, e insieme alla Chiesa ed al Pastore discepoliamo altri calciatori che potranno prendere le nostre veci quando non saremo più nel mondo dello sport (sapete che la nostra “vita” lavorativa dura al massimo una ventina di anni). È più facile per un calciatore ricevere l’Evangelo da un suo compagno e frequentare all’inizio delle riunioni in cui ci sono suoi colleghi, che partecipare alle riunioni di chiesa in cui si sente notato ed additato. Dopo un certo periodo, quando avrà fatto un’esperienza personale col Signore ed avrà conosciuto anche il Pastore, potrà frequentare la chiesa del luogo e potrà aiutare i suoi compagni credenti a testimoniare agli altri di Gesù.
S: Tu hai giocato in tante squadre in tutto il mondo; come ti sembrano i calciatori italiani rispetto a quelli europei?
M: Sono freddi come quasi tutti gli europei; l’italiano è molto legato alla tradizione, alla famiglia, a quello che gli hanno tramandato i genitori. Questa non è una critica, ma io solitamente dico ai miei compagni a cui testimonio: “Fai una cosa, non guardare la tradizione, prova a conoscere personalmente Dio, prova a leggere la Scrittura”. E quando iniziano a leggere la Parola, si fanno domande, si mettono in dubbio e cercano di scoprire la Verità.
S: Per te è difficile conciliare la professione con la fede cristiana?
M: Vedi, la cosa che mi risulta più difficile è frequentare le riunioni. Tante volte la domenica gioco in trasferta e non posso frequentare i culti. E questo mi manca. La Chiesa è importante: è comunione, è stare insieme, è vivere i problemi del fratello, è prendersi cura gli uni degli altri. Questa è una parte rilevante della vita cristiana. Ma non per questo non la vivo ugualmente; ogni giorno ho la mia comunione con Dio, prego, leggo la Bibbia e questo mi aiuta tantissimo. Quando vado in trasferta, mi porto il registratore portatile ed ascolto le predicazioni immaginando di essere in Chiesa. Noi siamo il tempio dello Spirito Santo, dice la Parola. È vero che nella Chiesa c’è la presenza del Signore, ma è altrettanto vero che in noi deve esserci lo Spirito Santo, e dobbiamo essere cristiani comunque ed in ogni circostanza.
S: Hai un messaggio da dare ai giovani, soprattutto quelli che vorrebbero seguire la tua professione?
M: Tanti giovani cristiani pensano che essere cristiani significa avere successo nella vita; avere successo per loro vuol dire avere soldi, macchine ed una serie di cose. Io grazie a Dio sto bene, forse ho più soldi di qualcun altro, ho una macchina più bella di qualcun altro, ma questo non è tutto. Per me è più importante essere un credente che un calciatore; io sono prima un credente, e poi un calciatore. Il mio obiettivo è quello di essere un bravo credente e poi anche un bravo calciatore. I giovani pensano che fare il calciatore sia una cosa facile; si va in campo, si gioca, e poi si viene pagati anche profumatamente. Non è proprio così; fare il calciatore significa non essere a casa quando un figlio o la moglie ha bisogno, significa scendere in campo anche con la febbre, con le malattie o con dolori. Devi essere sempre in campo, devi allenarti sempre, ed è un grosso sacrificio. Non sto dicendo che solo la mia professione è sacrificata, certo, ma che non è neanche così rosea come potrebbe sembrare. Il mio messaggio ai giovani è quello scritto in Isaia 41:10: “Non temere, perché io sono con te non smarrirti, perché io sono il tuo DIO”. Giovane, prima di tutto devi cercare il Signore con tutto il cuore, e poi se Lui ha deciso che la tua professione dovrà essere quella calcistica, sarà Lui stesso ad aiutarti.
S: Per cosa ti piacerebbe essere ricordato in futuro?
M: Voglio essere ricordato come un uomo, al di là di ogni altra cosa. Vorrei che quando penseranno a me, ricordando che avrò giocato in quella o quell’altra squadra, potranno dire: “Ricordi Marco Aurelio, quell’uomo che ha portato la Parola di Dio in questa città e ha fatto capire alle persone che Gesù era la persona più importante?” Vorrei passare in ogni città in cui gioco, lasciando il buon odore di Cristo Gesù, non il mio odore. Io posso sbagliare, sono fallibile, perciò non voglio che gli altri guardino a me. Io imparo ogni giorno e ogni giorno faccio un passo avanti ma non voglio tornare più indietro, perché ho deciso di servire Gesù e voglio portare il Suo buon odore per sempre.
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